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Sconfiggere il disagio esistenziale dei malati di Parkinson nel Verbano Cusio Ossola Stampa E-mail

Alessandro AntonelloDOMODOSSOLA. Un Progetto per sconfiggere l'isolamento di chi è affetto dal morbo di Parkinson si sta realizzando su iniziativa   dell’associazione ossolana Parkinsoniani e dall’Asl attraverso una serie di incontri con gli ammalati e i loro familiari. <<Nella provincia del Verbano Cusio Ossola – spiega Alessandro Antonello, presidente dell’associazione Parkinsoniani che ha sede a Domodossola – vi sono circa 400 malati di Parkinson e attualmente la malattia preoccupa ancor di più perché si sta spostando l’età delle persone colpite, che passa dai 60 anni ai quarantenni>>. Il malato si isola e non partecipa più alla vita sociale. <<Con la malattia si può convivere>> - dice fermamente Alessandro Antonello, alla guida dell'associazione che da tre anni propone per i malati e i loro familiari momenti formativi e di socializzazione. Gli iscritti sono però ancora pochi; da qui un appello per frequentare l’associazione. Per informazioni ci si può rivolgere presso le sedi del Centro Servizi Volontariato di Domodossola, in Vicolo Facini (0324-482657) o di Verbania, in Via delle Fabbriche (0323-401109).


 La psicologa: "Importante la cura dei contatti con altri malati e le loro famiglie

<<Per aiutare il malato e chi lo circonda l’associazione Parkinson si è rivolta al servizio di Psicologia dell’asl del Vco ed è stato costruito un Chiara Minatiprogetto di collaborazione che ha previsto l’avvio e la costruzione di gruppi di auto-mutuo-aiuto. La finalità del progetto è rappresentata dal miglioramento della qualità di vita nella malattia tramite un supporto psicologico ai pazienti e a coloro che se ne prendono cura, attraverso la costituzione di gruppi di auto-mutuo-aiuto per pazienti e familiari>>. Conduce il Progetto la psicologa Chiara Minati. 

Dottoressa, quali sono le problematiche psicologiche legate alla malattia? <<Vari studi hanno evidenziato che nelle persone affette da Malattia di Parkinson diverse invalidità si manifestano, come sintomi secondari alla minorazione motoria, e sono in gran parte riconducibili a fattori psicologici quali imbarazzo, depressione, angoscia e problemi di comunicazione verbale e non verbale. La presenza di sentimenti di isolamento e di solitudine viene spesso aggravata dal ritiro sociale e la figura del caregiver (colui che si prende cura del malato) assume un'importanza rilevante. Queste persone vengono coinvolte nella sofferenza emozionale del paziente e, nello svolgimento delle loro funzioni, possono intervenire problemi di interazione con il proprio caro malato. Per fare fronte alla complessità della malattia di Parkinson, è necessario, quindi, prediligere un approccio integrato che preveda anche un supporto al paziente ed a coloro che se ne prendono cura, al fine di affrontare le invalidità ed i problemi causati da questo disturbo. Un elemento importante per mantenere una buona qualità di vita, nonostante il Parkinson e con esso, risiede nella cura dei contatti con altri malati, i loro partner e le loro famiglie. Anche lo scambio d’esperienza tra i partner e i congiunti dei parkinsoniani può risultare molto utile. Il dialogo alla base dei gruppi di auto-mutuo-aiuto consente di acquistare maggiore fiducia in sé stessi nel rapporto con la propria malattia. L’esperienza della comunità rappresenta un evento positivo che aiuta a contrastare il rischio di isolamento: fa bene sapere di non essere soli con la propria malattia>>.

Come si articola il progetto? <<E’ prevista la formazione di due gruppi, uno per i familiari ed uno per i malati, che si riuniscono con cadenza mensile il lunedì pomeriggio, presso la sede a Domodossola. Nei gruppi vengono discusse varie tematiche che riguardano: la relazione tra malato e chi se ne prende cura, la depressione e il ritiro sociale, i disturbi d’ansia, le problematiche legate alle disfunzioni motorie, ai disturbi del sonno, sessuali e al gioco d’azzardo compulsivo. Ma i gruppi diventano soprattutto un momento in cui i malati e i familiari possono conoscere meglio la malattia, confrontarsi con altre persone che hanno problemi analoghi, aiutare se stessi e gli altri attraverso lo scambio reciproco delle proprie esperienze, individuare i bisogni e i problemi comuni per poterli risolvere insieme, darsi reciproco sostegno emotivo e rompere l’isolamento organizzando momenti di scambio e socializzazione>>. 

La rispondenza, finora? <<Fino ad oggi, ci sono stati nove incontri con i malati e sette con i familiari; in entrambi i gruppi i membri hanno trovato persone con bisogni, sentimenti, esperienze e problemi simili ai loro, con i quali poter condividere le proprie esperienze senza sentirsi giudicati o “non capiti”. Sono nate nuove amicizie e molte persone hanno potuto ricevere un aiuto pratico oltre che emotivo dagli altri membri del gruppo>>.